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Che cosa pensava il Buddha delle donne? (I) – Cintita Dinsmore

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buddha womenIl Buddhismo è vastamente noto nel mondo come religione di pace e gentilezza. È meno noto come religione di uguaglianza di genere. E in effetti, a molti buddhisti nel mondo viene insegnato che le donne, a causa delle loro caratteristiche disposizioni karmiche, sono incapaci di risvegliarsi o di diventare dei buddha, almeno senza prima rinascere come uomini. Per di più, nella storia dell’Asia relativamente poche donne sono state benvolute come insegnanti, yogi e intellettuali; i grandi monaci-studiosi indiani erano monaci maschi [1] e le linee di ordinazione e trasmissione tracciate dell’Estremo Oriente elencano un uomo dopo l’altro. La tradizione Theravada è riuscita a perdere completamente il suo ordine di monache pienamente ordinate [2], e quella tibetana non ne ha mai avuto uno, lasciando in gran parte dell’Asia un Sangha fortemente asimmetrico, e pochissime opportunità per le donne di ricevere il supporto e il rispetto che alimentano le aspirazioni più elevate nel Sangha buddhista.

Oltretutto, lo stesso Buddha è stato comunemente implicato in questo bias. Per esempio si dice che, sebbene abbia creato un duplice Sangha di monaci e monache, lo abbia fatto con riluttanza, e sembra aver creato un certo grado di dipendenza del secondo ordine verso il primo. Si riporta inoltre che abbia detto:

… qualunque sia la religione in cui le donne vengono ordinate, quella religione non durerà a lungo. Come le famiglie che hanno più donne che uomini sono facilmente distrutte dai predoni, come un ricco campo di riso non si conserva una volta che è stato infestato dai vermi, allo stesso modo il Vero Dharma non resterà a lungo. [3]

E tuttavia, che il Buddha covasse il più piccolo barlume di ostilità verso le donne è in contrasto col suo completo risveglio, che implica che fosse completamente puro nel pensiero, gentile e bendisposto all’eccesso, del tutto privo di corruzioni o preconcetti di sorta nei confronti di qualunque essere vivente. È vero che l’autenticità di molti dei passaggi attribuiti al Buddha nelle prime scritture a questo riguardo è stata messa in questione dagli studiosi moderni. Nondimeno, anche se accettiamo questi argomenti accademici non possiamo concederci più di un provvisorio sospiro di sollievo, poiché dobbiamo allora attribuire questi passaggi a discepoli del Buddha molto indietro nel tempo e molto influenti, a monaci che godevano del rispetto e dell’autorità necessari a dar forma alle già ampiamente diffuse scritture antiche, forse ad arahat. Che è successo?

Uguaglianza di genere nel primo Buddhismo

In effetti, un’immagine che traspare a più riprese nei discorsi è quella di un Buddha che non nutriva altro che le più profonde gentilezza amorevole e rispetto per le donne, in aperto contrasto con gli standard della società in cui visse. Penso che al riguardo le prove a favore superino qualunque accusa di mancanza di gentilezza verso le donne da parte del Buddha. Esaminiamo tali prove:


La gentilezza amorevole del Buddha. Il Buddha doveva essere del tutto incapace di misoginia. La misoginia è una forma di rancore e serbare rancore contraddirebbe il suo risveglio e tutto ciò che ha insegnato sui tre fuochi dell’avidità, dell’odio e dell’illusione, e sull’esercizio nella gentilezza amorevole (metta) e nella compassione. Nessuna specie è esente dall’essere oggetto di gentilezza amorevole, essendo propugnata l’astinenza dal fare del male a tutti gli esseri senzienti. Coerentemente il messaggio e l’esercizio del Buddha sono quelli di gentilezza senza limiti e compassione verso tutti gli esseri, anche coloro che hanno causato grande sofferenza, come il re Ajatasattu, che aveva ucciso il proprio padre per prenderne il trono, e tuttavia era stato accettato come discepolo dal Buddha. Data questa illimitata gentilezza verso tutti gli esseri, di certo ne aveva verso le donne.

Come si manifesta in pratica questa gentilezza verso le donne? Possiamo trovare il Buddha attivamente impegnato nel migliorare lo status sociale delle donne, e nel creare opportunità per loro, nelle prime scritture? Fortunatamente, nel caso del Buddha troviamo una visione dettagliata, quasi unica tra le figure storiche, dell’impegno sociale. Sebbene il Buddha non sia stato un agitatore al modo in cui sembra lo sia stato Gesù, ovvero non fosse attivamente impegnato nel capovolgere la società indiana, il Buddha congegnò il Sangha monastico, all’interno del quale creò convenzioni e regole nuove, a somiglianza di quella che sarebbe stata per lui la società ideale. Per esempio, eliminò del tutto il sistema castale nel Sangha e stabilì una democrazia basata sul consenso generale con poca gerarchia e nessuna autorità centrale (all’infuori di sé stesso, all’inizio). È proprio all’interno del Sangha monastico che troviamo la sua promozione attiva degli interessi delle donne e il livellamento degli svantaggi che le donne avrebbero altrimenti incontrato nell’antica società indiana, come vedremo fra poco.


Le donne al di fuori del Sangha. In molti luoghi il Buddha offriva ai capifamiglia dei consigli sui ruoli e gli statuti dei due generi, che dovevano spiccare all’interno della sua cultura per come raccomandava reciprocità e mutuo rispetto. Per esempio, descriveva i reciproci doveri dei mariti e delle mogli come segue:

In cinque modi una moglie come l’Ovest dovrebbe essere aiutata dal marito: col rispetto, con la cortesia, con la fedeltà, dandole autorità, provvedendo ad abbellirla. In questi cinque modi la moglie così aiutata dal marito come l’Ovest, lo ama: compie bene i suoi doveri, è ospitale coi parenti e i servitori di entrambi, con la fedeltà, proteggendo i beni che lui guadagna e con l’esperienza nello svolgere ogni compito. – DN 31 [4]

Il Buddha, avendo appreso che re Pasenadi di Kosala era dispiaciuto che la sua regina avesse dato alla luce una figlia anziché il figlio desiderato, rassicurò il re così:

Una donna, O signore delle genti, può risultare migliore di un uomo. Può essere saggia e virtuosa, una moglie devota, rispettosa della suocera. – SN 3.16 [5]



La lealtà delle donne. Il Buddha affrontò quella che pare essere una sfiducia nelle donne largamente diffusa al suo tempo. Il codice monastico esplicita la fiducia accordata dal Buddha alle donne come testimoni di possibili trasgressioni sessuali da parte dei monaci. Di conseguenza troviamo le due regole indefinite (aniyata) nel Patimokkha (elenco principale delle regole seguite dai monaci) che richiede espressamente considerazione da parte di qualunque sangha della testimonianza di donne fidate. Per la cultura moderna è un po’ scioccante che si rendessero necessarie regole del genere, ma la loro inclusione è di per sé prova che dovevano essere in contrasto con le norme della cultura popolare dominante, che ignorava la testimonianza delle donne.


Il potenziale delle donne ai fini del risveglio. Venendo al punto principale della pratica buddhista, il Buddha asserì in modo inequivocabile che le donne hanno lo stesso potenziale per il risveglio degli uomini.

Le donne, Ananda, dopo essere avanzate nella pratica sono in grado di realizzare il frutto dell’ingresso nella corrente o il frutto del non-ritorno o lo stato di arahat.

Nei testi primitivi c’è un’affermazione ancora più chiara della completa irrilevanza del genere per la realizzazione. Questo passaggio racconta dell’incontro di Sona con Mara, che in modo caratteristico cerca di dissuaderla dal sentiero, stavolta sostenendo che una donna non può ottenere il risveglio. Sona, con giudizio, replica:

Che importa l’essere donna, laddove la mente è ben concentrata, quando la conoscenza avanza stabile nel vedere esattamente nel Dhamma. Chi pensasse ‘Sono una donna’, o ‘sono un uomo’ o ‘sono alcunché’, ben gli sta che lo indirizzi Mara. – SN 5.2 [6]

Altrove il Buddha attesta il gran numero di discepole donne pervenute al risveglio.


L’inclusione delle donne nel Sangha monastico. Il Buddha creò un ordine di monache parallelo circa cinque anni dopo l’inizio dell’ordine di monaci. Sebbene ci fosse un raro precedente in alcune scuole giainiste, la fondazione dell’assai più cautamente stabilito ordine buddista di monache deve aver rappresentato una svolta radicale nelle opportunità di pratica religiosa per le donne. E c’è un’affermazione chiara nel suo, per quanto mitico, incontro con Mara alla fine della vita sul fatto che la fondazione dell’ordine femminile fosse nelle sue intenzioni sin dal tempo del suo risveglio.

L’ordinazione delle monache nel Buddhismo diede alle donne l’opportunità non solo di chiamarsi fuori da un sistema patriarcale sovente oppressivo, ma anche di prendere parte a una cooperazione quasi egualitaria coi loro fratelli monaci nella Terza Gemma, il che al tempo del Buddha doveva essere un immenso onore. Ciò significò che il Sangha nel quale tutti i buddhisti, uomini e donne, prendono rifugio consiste di monaci e monache. Dev’essere stata anche una decisione coraggiosa, data la prassi della società indiana e le preoccupazioni pratiche in ordine alla protezione delle monache all’interno di un modo di vita difficile e pericoloso.


La difesa della sicurezza delle monache. Il Buddha si occupò come un genitore avveduto di proteggere la vita delle monache dai pericoli di uno stile di vita ascetico e itinerante. I pericoli fisici venivano da briganti e malviventi. Pericoli più lievi per la pratica delle monache venivano dal tale che vedeva una splendida creatura di modesto abbigliamento, con la testa rasata e di condotta dignitosa entrare nel villaggio ogni giorno per la questua, se ne innamorava e poi, con profusione di fascino e doni o pasti sontuosi, si impegnava a prevalere su alcuni dei voti più seccanti presi da lei. Pertanto il Buddha creò delle misure di protezione all’interno delle regole monastiche, il Patimokkha, per assicurare alle monache, a dispetto della loro vulnerabilità, le stesse opportunità sul sentiero della pratica di cui godevano gli uomini.

Esempi di regole protettive:

Se una bhikkhuni [i.e., monaca] va per i villaggi da sola o sull’altra sponda di un fiume da sola o sta fuori la notte da sola o rimane indietro rispetto ai suoi compagni da sola, … ciò comporta una riunione iniziale e una successiva della Comunità.

Se una bhikkhuni sta al fianco un uomo o conversa con un uomo da solo a solo, nel buoio della notte senza una luce, ciò va confessato.

Se una bhikkhuni, bramosa, avendo ricevuto del cibo basilare o no dalla mano di un uomo bramoso, lo consuma o mastica … ciò comporta una riunione iniziale e una successiva della Comunità.

Parimenti ci sono regole speciali per i monaci che, sebbene vincolati al voto, sono spesso soggetti alle stesse fiamme di desiderio, per regolare le loro interazioni con le monache. Per esempio:

Se un bhikkhu siede privatamente da sola con una bhikkhuni, ciò va confessato.

Se un bhikkhu, di comune accordo, sale con una bhikkhuni su una stessa barca andando lungo la corrente o controcorrente – eccetto che per andare alla sponda opposta – ciò va confessato.



La protezione delle monache dai ruoli convenzionali di genere. Il Buddha si occupò anche di prevenire monache e monaci dal cadere in ruoli abituali con svantaggio delle monache. In entrambi i Patimokkha troviamo regole per evitarlo. Quello delle monache, ad esempio, contiene la regola:

Se una bhikkhuni, mentre un bhikkhu sta mangiando, lo serve con acqua o con un ventaglio, ciò va confessato.

Il più delle volte spetta al monaco osservare la regola, per esempio:

Se un bhikkhu si fa lavare, tingere, o percuotere una tonaca usata da una bhikkhuni con cui non ha parentela, ciò va cessato e confessato.

Se un bhikkhu mastica o consuma cibo basilare o no, avendolo ricevuto con la propria mano dalla mano di una bhikkhuni con cui non ha parentela in un’area abitata, deve riconoscerlo: “Amici, ho commesso un atto biasimevole e non consono che va riconosciuto. Lo riconosco”.

È istruttivo osservare tuttavia che nei moderni paesi Theravada le monache, non essendo pienamente ordinate come bhikkhuni ed essendo quindi esenti da queste regole originali, finiscono a ricoprire piuttosto comunemente un ruolo di servizio volontario ai monaci, proprio come il Buddha chiaramente temeva.


I conseguimenti delle donne. Nei Sutta il Buddha elogiò espressamente i conseguimenti delle bhikkhuni. Si trova nei Sutta almeno una monaca, Dhammadinna, che insegna al posto del Buddha, al che il Buddha commenta che avrebbe spiegato l’argomento in esame nello stesso modo in cui l’ha fatto lei. Il Therigati, una sezione del Khuddaka Nikaya nei Sutta, è una collezione di poesie composte da monache da poco risvegliate, è considerato il solo testo canonico in tutte le religioni del mondo a dare un resoconto di prima mano delle esperienze spirituali di donne.

In effetti, la promozione della pratica delle donne da parte del Buddha e dei suoi primi discepoli sembra che sia stata di gran successo nel Buddhismo primitivo. La testimonianza del re Ashoka, l’imperatore del terzo secolo a.C. di gran parte dell’India e grande esponente e sostenitore del Buddhismo, ci dà un’immagine eccezionale dello stato del Buddhismo in India due secoli dopo il Buddha, attraverso i suoi editti trasmessi tramite iscrizioni su pietra. In questi più antichi testi scritti afferenti al Buddhismo, si nominano molti monaci e monache coeve per i loro conseguimenti come insegnanti, studiosi e fautori di buone opere, compresa la figlia dello stesso Ashoka, la venerabile Sanghamitta, che fondò il Sangha di Monache in Sri Lanka. A colpire è la prominenza in queste iscrizioni delle monache, che sembrano apparire con la stessa frequenza dei monaci. È la prova del grande riguardo del re Ashoka per il Sangha delle Monache, per i risultati delle prime monache e per la coltivazione compassionevole e avveduta del Buddha delle condizioni propizie alla pratica delle monache, all’interno di un sistema culturale generalmente sfavorevole altrimenti.


Ciò che emerge. Il Buddha che emerge dai Sutta è un uomo di completa purezza di intenzioni, sempre in cerca del benessere di tutti – proprio tutti – e incapace del minimo barlume di preconcetti e pensieri ostili. Si tratta di un Buddha che deve far sorridere i più femministi tra noi.

Dovrei ora far notare che uso l’espressione “emerge” in un senso particolare. Gli antichi Sutta e la Vinaya non sono testi del tutto affidabili, essendo passati lungo una tradizione sia orale che ortografica e soffrendo di dimenticanze, adornamenti, inserti, rimozioni e altre modifiche lungo il percorso. Le moderne tecniche di analisi dei testi si rivelano utili nel discernere ciò che è autentico da ciò che non lo è, ma non si può provare la natura originale di uno specifico passaggio in modo definitivo. In effetti le incongruenze nelle prime scritture sono tali che, con una selezione accurata di passaggi rilevanti, si può attribuire al Buddha quasi qualunque posizione si voglia. Ho persino letto argomenti secondo cui i suoi insegnamenti sono indistinguibili da quelli dei Brahmani che fanno riferimento ai Veda. È qui che diventa importante l’emersione.

Il lettore esperto delle prime scritture, col tempo, sarà in grado di discernere una coerenza prevalente e ripetuta dietro i passaggi. È come se mettesse insieme i pezzi di un puzzle di cui mancano alcuni pezzi e a cui sono stati mischiati pezzi da altri puzzle, ma a un certo punto riconoscesse chiaramente: “Oh, è chiaro: questo è il Golden Gate Bridge!”. È questo che si intende quando una particolare interpretazione emerge. Sebbene non sia provabile in modo definitivo, e sia comunque soggetta a dibattito, la convergenza di prove da numerose fonti diventa così soverchiante per coloro che vedono che cosa emerge, che il dubbio si dissolve. Il praticante buddhista esperto è ancora più pronto dello studioso a notare questa emersione, perché riceve prove confermanti dalla propria esperienza diretta. È come l’appassionato di puzzle che è stato davvero al Golden Gate Bridge, conosce bene le sue caratteristiche e i contorni del paesaggio intorno ad esso. Una volta che il Golden Gate Bridge è emerso, esso diviene la base per interpretare i pezzi rimasti non collocati, ma anche per rigettarne del tutto alcuni quali intrusioni da altri puzzle.

Io qui sottopongo l’idea che il Buddha che emerge dalle prime scritture è chiaramente un individuo dotato di completa gentilezza e compassione verso le donne, che si è impegnato attivamente nel provvedere eguali opportunità di pratica per le donne e che a questo scopo ha creato un ordine femminile, un individuo che ha patito per occuparsi della sicurezza e del benessere dei membri di tale ordine e per proteggere la loro pratica dall’intrusione dei comuni ruoli sociali. Nessun’altra interpretazione ha senso.

Ma che dire dei pezzi che ancora non si incastrano?


[Continua]


Saggio originale [7]


Bhikkhu Cintita Dinsmore (1949, San Francisco), al secolo John David Dinsmore, è un monaco che insegna negli Stati Uniti. Dopo i suoi studi in matematica e linguistica, questi ultimi giunti sino al dottorato e a una cattedra, un matrimonio con figli concluso col divorzio e un lavoro come CEO di un’azienda informatica, si è ordinato preso il Centro Zen Tassajara in California. In seguito si è unito al Theravada con una nuova ordinazione in Birmania, ritenendo questa tradizione più adatta alla fondazione, a suo parere necessaria, di un Sangha monastico stabile in occidente. Cura il sito Through the Looking Glass.


[1] In originale: “the great Indian scholar-monks were all exactly that, monks”. L’espressione è intraducibile alla lettera senza perderne il senso, dato che “monk” è solo maschile, a differenza dell’italiano “monaco” che ammette il femminile “monaca”. Nei paesi anglofoni è abbastanza sentito il problema di come chiamare le bhikkhuni (monache), dato che il comunemente usato “nun” rimanda subito alle suore, con le implicazioni del caso – mentre “monk” non induce immediatamente a pensare ai frati. NdT

[2] Ci si riferisce al fatto che alle donne nel Theravada è generalmente consentito prendere i “dieci precetti”, corrispondenti a un’ordinazione minore; mentre è interdetta quella piena appunto. NdT

[3] Mancando traduzioni ufficiali, la resa delle citazioni è mia. NdT

[4] Diggha Nikaya, Sutta n. 31; ovvero il Sigalovada Sutta (“Sermone a Sigala”). I doveri del capofamiglia (nel senso di possidente; “famiglia” è da intendersi nel senso più lato) vengono suddivisi facendoli corrispondere ai punti cardinali; donde il riferimento nella citazione all’Ovest, il settore della moglie e dei bambini. NdT

[5] Saṃyutta Nikāya (“Discorsi affini”). La terza parte citata qui è il Kosala Saṃyutta, i Discorsi al re Kosala appunto. NdT

[6] Il Soma Sutta, anch’esso parte del Saṃyutta Nikāya. NdT

[7] Il link rimanda al saggio intero: la scelta di pubblicare la traduzione in parti separate è interna a questo sito. NdT

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4 commenti

  1. […] Che cosa pensava il Buddha delle donne? (I) – Cintita Dinsmore […]

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  2. […] culturale con cui confrontarsi era il patriarcato anziché il valore della famiglia. In un recente saggio ho argomentato che la parità di genere viene articolata nell’insegnamento del Buddha con […]

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  3. […] Cintita, Bhikkhu, 2012, “What Did the Buddha Think of Women?” […]

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  4. […] What Did the Buddha Think of Women? (“Che cosa pensava il Buddha delle donne?”), da noi tradotto in italiano e messo a disposizione in ebook. NdT] […]

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