La forma della sofferenza: Un esame della generazione interdipendente (VII, Cap. 1) – Thanissaro Bhikkhu

[Alla parte precedente]

Queste cinque caratteristiche sono analoghe a dei tratti della generazione interdipendente che giocano un ruolo importante nella ricerca della riduzione, o dell’estinzione, della sofferenza:

Dato che tutti i cicli di retroazione presenti nella generazione interdipendente interagiscono in modo persistente, i cambiamenti in una sequenza momentanea della generazione possono produrre effetti immediati e di lunga durata nelle sequenze più lunghe. Per esempio, quando un’intenzione inidonea viene rimpiazzata da una idonea, essa può subito ridurre la sofferenza, al tempo stesso creando le condizioni per intenzioni più idonee in futuro. Similmente, quando le cause che conducono al risorgere dell’attaccamento vengono rimosse dalla mente, la sofferenza ha immediatamente fine; e al tempo stesso, le cause che conducono alla rinascita a livello fisico sono pure rimosse.

La generazione interdipendente può essere osservata a vari livelli, il che significa che le lezioni tratta dall’osservazione del mondo sono applicabili alla mente, e quella tratta dall’osservazione della mente sono applicabili alle proprie interazioni col mondo. Le lezioni circa il processo di morte e rinascita a livello fisico, per esempio, sono ottenibili osservando la morte e rinascita al momento presente degli attaccamenti nella mente. (altro…)

Annunci

Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (XXIX, T, D, DH) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

Tilaka. Flacourtia cataphracta (Vv.7,8). Un alberello eretto con lunghe spine sul tronco e fiori color bruno pallido. L’albero cresce selvatico ma viene anche coltivato per il frutto, simile a una prugna, piccolo e viola dal sapore piacevolmente aspro.

Turī. Riferimento molto incerto. La monaca Subhā disse dei propri occhi che erano come quelli di una turī (Thi.381), il che fa pensare a un cervide, dato che gli antichi indiani spesso paragonavano gli occhi di una donna a quelli di una cerva. Però il commentario sostiene che il nome si riferisca a una specie di uccello. D’altra parte, Turī era il nome della moglie del dio Vāsudeva.

natura ambiente buddhismo primitivo 29 - 1Tulasi. Basilico sacro, a volte sulasī, tulsi in hindi, Ocimum sanctum (Ja.V,46; VI,536; Vin.IV,35). Una piccola erba dai molti rami con foglie coperte di lanugine, che cresce in tutta l’India. Quando schiacciate, le foglie hanno un odore e un sapore pungenti e vengono masticate per rinfrescare la bocca o come antipasto. Altre due comuni specie di basilico sono l’Ocimum gratissimum e l’Ocimum basilicum. Gli hindu considerano il basilico sacro per la famiglia e i più devoti ne hanno sempre un cespuglio presso la propria casa. Quando bollite, le foglie danno un olio giallo brillante dalle proprietà antibatteriche e insetticide. (altro…)

Buddhismo e questioni LGBT (VI e ultima) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

Buddhismo e matrimonio omosessuale

Questo è quanto per il concetto buddhista del matrimonio convenzionale. Ma quale potrebbe essere una posizione buddhista sul matrimonio omosessuale? È forse importante notare che l’idea di un matrimonio omosessuale sancito dallo stato e legalmente riconosciuto è molto recente, e rappresenta un’innovazione sociale forse ancora più radicale del movimento di liberazione femminile iniziato negli anni ’60; e che il Buddhismo in Asia è, in generale, conservatore. Non so di alcun capo, studioso o pensatore buddhista asiatico che abbia ancora fatto dichiarazioni sul matrimonio omosessuale, ma posso immaginare che il concetto li lascerebbe perplessi. Tuttavia, se accettiamo che l’attrazione e il comportamento omosessuale vadano giudicati allo stesso modo degli equivalenti omosessuali, non sembra che il Buddhismo dovrebbe porre obiezioni etiche o filosofiche al matrimonio omosessuale. Ciò detto, le culture tradizionali buddhiste stanno cambiando a un ritmo assai più ridotto rispetto alle società occidentali e, per molti decenni ancora, difficilmente il matrimonio omosessuale sarà rivendicato o sostenuto.

Discorso diverso per il Buddhismo e i buddhisti in occidente e nei paesi e regioni asiatici più sviluppati, come Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Giappone ecc. Si possono portare avanti diversi argomenti per la desiderabilità della legalizzazione del matrimonio omosessuale, sia con uno status pari a quello del matrimonio omosessuale sia simile. Il più cogente è che la cooperazione amorevole è una cosa buona per le persone coinvolte e la società in generale, e che perdura più facilmente se riceve accettazione sociale e riconoscimento legale. (altro…)

La forma della sofferenza: Un esame della generazione interdipendente (VI, Cap. 1) – Thanissaro Bhikkhu

[Alla parte precedente]

La capacità di rimanere concentrati sui processi della generazione interdipendente opera anche sui dilemmi intorno a ogni tentativo di porre l’esistenza o la non esistenza, l’unità o la molteplicità, del cosmo considerato nella sua interezza.

§ 9. A Savatthi. Un bramano cosmologo si recò dal Benedetto e, ivi giunto, lo salutò con rispetto. Dopo averlo salutato, si sedette accanto. Appena seduto, disse al Benedetto: “Allora, Maestro Gotama, tutto esiste?”

“‘Tutto esiste’ è la forma più alta della cosmologia, bramano.”

“Allora, Maestro Gotama, niente esiste?”

“‘Niente esiste’ è la seconda forma della cosmologia, bramano.”

“Allora tutto è Unicità?”

“‘Tutto è Unicità’ è la terza forma della cosmologia, bramano.”

“Allora, tutto è Molteplice?”

“‘Tutto è Molteplice’ è la quarta forma della cosmologia, bramano. Evitando questi due estremi, il Tathagata insegna la via di mezzo del Dhamma: dall’ignoranza derivano le predisposizioni karmiche […] — SN 12:48

§ 10. “Kaccayana, questo mondo è sostenuto da una dualità, come l’esistenza e la non-esistenza. Ma quando uno vede l’origine del mondo come realmente è con giusto discernimento , ‘la non-esistenza’ riguardo al mondo non esiste. Quando uno vede la cessazione del mondo come realmente è con giusto discernimento, ‘l’esistenza’ riguardo al mondo non esiste.

“Kaccayana, questo mondo è pieno di attaccamenti, appropriazioni e deviazioni. Ma uno che non è coinvolto o non si è aggrappato a questi attaccamenti, appropriazioni, deviazioni od ossessioni; non si sofferma sul ‘me stesso.’ Non ha incertezze o dubbi che danno sofferenza, quando nascono o stanno nascendo; sofferenza o morte. In questo, la sua conoscenza è indipendente da altri. In questo modo, Kaccayana, vi è la retta visione.

“‘Tutto esiste’: è’ un estremo. ‘Tutto non esiste’: è un secondo estremo. Evitando questi due estremi, il Tathagata insegna la via di mezzo del Dhamma: “Così, dall’ignoranza derivano le predisposizioni karmiche […]” — SN 12:15

(altro…)

Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (XXVIII, T) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

natura ambiente buddhismo primitivo 28 - 1Taraccha. Iena striata, taras in hindi, Hyaena hyaena (A.III,101; Ja.V,416). Un canide sgraziato e imbronciato con lunghe orecchie, dorso curvo con corpo di color grigio chiaro con strisce nere e torace nero. Le iene fanno un verso ridente e angoscioso che termina con un gracchio, e vivono nella macchia e presso i villaggi dove rovistano in cerca di cibo. Sebbene considerati degli animali spazzini, sono anche dei buoni predatori. I monaci che vivevano nella foresta venivano talvolta attaccati dalle iene, e non era loro permesso di mangiarne la carne (Vin.I,220).

natura ambiente buddhismo primitivo 28 - 2Tāla. Borasso, a volte tālataruṇa, tad in hindi, Borassus flabellifer (D.II,171; 182; M.I,187; Vin.I,189), un’alta palma senza rami con grosse foglie a ventaglio con delle spine ai bordi dei piccioli. Il suo frutto, tondo e giallo, si presenta in grossi caschi. Le foglie del borasso venivano usate per fare capanne, ventagli, parasole e vari articoli per la casa (Th.127). La linfa del fiore maschio veniva usata per fare una bevanda alcolica detta jalogi. Che fosse o no permesso ai monaci e alle monache di bere lo jalogi fu tra gli argomenti del Secondo Concilio (Vin.II,301). Riducendolo attraverso la bollitura, questa linfa diventava anche uno zucchero bruno e granuloso detto sakkharā (Ja.I,251; 348). Il Buddha spesso paragona la distruzione delle contaminazioni da parte della persona illuminata a un tronco di borasso che, a differenza di altri alberi, non ricresce dopo essere stato tagliato (A.I,137). L’odio, diceva, andava tenuto separato dalla mente con la facilità con cui si spicca un frutto di borasso dal peduncolo (It.84). L’incarnato luminoso del Buddha è stato paragonato al fiore giallo e traslucido del borasso appena colto (A.I,181). Si usava l’altezza dell’albero come rozza unità di misura. Di una cosa particolarmente alta si diceva che la fosse come sette alberi di borasso (D.III,27). V. Kiṇṇa. (altro…)

Buddhismo e questioni LGBT (V) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

Il matrimonio nel Buddhismo

Il matrimonio (āvāhavihvha) è l’unione formale e legale fra un uomo e una donna che ha di solito luogo in una cerimonia detta pure matrimonio. Per il Buddhismo il matrimonio è un’istituzione secolare, un accordo tra due persone o due famiglie, e il Buddhismo non sostiene in particolare la monogamia, la poligamia, la poliandria o un’altra qualsiasi forma di matrimonio. C’erano diverse forme di matrimonio nell’India antica, le più comuni delle quali erano quella combinata dai genitori o dai tutori, quella in cui erano i membri della coppia a scegliersi col consenso dei genitori, e quella in segreto. Gli antichi libri di legge chiamavano la seconda forma Svayaṃvara e la terza Gāndharva. Si riteneva preferibile che gli sposi avessero la stessa età (tulyavaya), idealmente 16 anni, sebbene il Kāma Sūtra consigli che la sposa sia tre anni più giovane dello sposo. Il Buddha considerava la fedeltà (anubbata o assava) una componente essenziale del matrimonio [1], menzionò l’adulterio (aticariya) come contrario al terzo precetto e non disse niente a proposito del divorzio. Inoltre considerava inappropriato che degli uomini anziani sposassero donne molto più giovani di loro [2] .

Tradizionalmente, i buddhisti hanno praticato le forme di matrimonio prevalenti nelle società in cui vivevano. Sebbene il Buddha non si facesse sostenitore di alcuna forma di matrimonio in particolare, è chiaro che considerasse con favore la monogamia. Suo padre Suddhodana aveva due mogli e lui stesso, in quanto principe, ne avrebbe potute avere diverse altre, ma scelse di averne solo una. In un discorso sul matrimonio, il Buddha trattò solo quello monogamico, implicando di nuovo che vi vedeva la migliore forma di matrimonio [3]. Disse che se una donna manca di meriti, potrebbe arrivare a doversela vedere con una co-moglie (sapattī) [4], e le scritture discutono gli svantaggi della poligamia per le donne: “È doloroso essere una co-moglie” [5], “La peggiore infelicità per una donna è litigare con le sue co-mogli” [6]. Questi problemi sono ribaditi nel Kāma Sūtra che descrive le tensioni e le manovre tra diverse mogli nella stessa famiglia. Sembrano esserci pochi dubbi che sia per questa ragione che i Jataka consigliano di “Non avere una moglie in comune con altri” [7] . (altro…)

Lo Zen può bastare? – Brad Warner

is zen enoughHo appena concluso la mia prima esibizione in Europa del 2015, un ritiro fuori sede di zazen a Monaco della durata di tre giorni. La domanda che continuava a saltare fuori, in forme diverse, durante le sessioni di domande e risposte e i dokusan (incontri individuali) era: “Lo Zen può bastare?”

All’inizio la domanda mi lasciava perplesso. Bastare a che?

Pare che un sacco di gente si aspetti qualche genere di trasformazione come risultato di qualunque cosa in cui si stiano impegnando per automigliorarsi. Se uno è nevrotico va dall’analista, lo paga e si aspetta di venire tipo curato, o almeno di ricevere qualche consiglio e un aiuto a far fronte alla nevrosi. Se un altro sente di aver peccato, va da un prete e quello dice delle parole magiche per convincere Dio a perdonarlo, e così viene assolto.

Ma la pratica Zen non offre nulla di simile. Eppure la gente tende ad aspettarsi che avvenga una cosa del genere e rimane delusa se non succede. (altro…)

La forma della sofferenza: Un esame della generazione interdipendente (V, Cap. 1) – Thanissaro Bhikkhu

[Alla parte precedente]

L’ignoranza è la principale causa della sofferenza; la conoscenza, il principale fattore che conduce alla sua cessazione. Come mostra il passaggio §14, qui “ignoranza” sta per non vedere gli eventi nei termini delle quattro nobili verità: l’insoddisfazione, la sua origine, la sua cessazione e il sentiero di pratica che conduce alla sua cessazione. Queste quattro nobili verità sono comprese al meglio se, anziché essere prese come una rassegna di fatti sulla sofferenza, sono prese come categorie entro le quali inquadrare qualunque esperienza, in una maniera che ti consenta di diagnosticare e curare il problema dell’insoddisfazione. Invece di osservare un’esperienza, per esempio, nei termini del sé o dell’altro, o di quale sarebbe la tua vera natura, o di ciò che ti piace o dispiace, la osservi nei termini di dove c’è insoddisfazione, di che cosa ne è la causa, e di come porre termine a tale causa. Una volta diviso il territorio dell’esperienza in questo modo, arrivi a realizzare che ognuna di queste categorie si riferisce a un’attività. La parola “insoddisfazione” può pure essere un nome, ma l’esperienza dell’insoddisfazione viene plasmata dalle proprie intenzioni. È una cosa che fai. Vale lo stesso per le altre verità. Vedendo ciò, è possibile lavorare sul raffinamento dell’abilità appropriata per ciascuna attività. L’abilità da applicare all’insoddisfazione è quella di comprenderla fino a non avere più passione, avversione o illusione verso il compimento dell’azione. Per perfezionare questa abilità occorre abbandonare la causa dello stress, realizzare la sua cessazione e sviluppare il sentiero che porta alla cessazione. Una volta padroneggiate appieno queste abilità, avrai sviluppato la conoscenza che porta alla completa fine dell’ignoranza sottesa a tutti gli altri fattori coinvolti nella generazione interdipendente. (altro…)

Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (XXVII, T) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

Taṇḍula. Il seme della pianta di riso, tandul in hindi, Oryza sativa. Il riso è un tipo di erba palustre, ed era la principale coltura alimentare nell’India settentrionale durante l’epoca del Buddha. Si pensa ci siano fino a 200.000 varietà di riso in India oggi. Lo Shunya Purāṇa menziona 50 varietà, mentre il Tipiṭaka ne menziona nove, anche se solo una di esse è identificabile con quelle oggi note. Il daddula era una varietà inferiore (A.I,241; D.I,166; M.I,78; 156) mentre il nīvāra, secondo Pāṇini, era una varietà selvatica di bassa qualità (D.I,166). Il pavīhi (J.V,405) e il vīhi (Th.381) erano varietà comuni mentre il sāli era tenuto per la migliore (A.I,8; 32; 325; III,49; IV,231; D.I,105; Ja.I,327). Il sāli era probabilmente una varietà più antica del celebre mahāsāli, spesso elogiato nelle fonti antiche. Al pellegrino cinese Xuanzang venne offerto questo riso quand’era in india nel VII secolo. Scrisse: ‘Questo riso è grosso come un fagiolo nero e, quanso cotto, è aromatico e brillante come nessun’altra varietà di riso. Cresce nel Magadha e in nessun altro posto.’ Secondo Pāṇini, il sāli veniva coltivato in inverno e il vīhi in estate. Più bianchi erano i chicchi di sāli, più era considerato raffinato (Ja.VI,516). I ricchi mangiavano sāli con carne ma davano ai loro schiavi e servitori una rottura di riso con un porridge acido (A.I,145). Sāliyavaka (Ja.IV,172) era, secondo sia Pāṇini che il Carakasaṃhitā, il nome di una varietà di riso. Viene a volte menzionato anche il sayañjātasāli, il riso selvatico o spontaneo (Ja.I,325). Una varietà era detta sūkarasāli, ‘riso dei porci’ (Ja.VI,531). (altro…)

Buddhismo e questioni LGBT (IV) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

Quali sono le cause dell’omosessualità?

C’è qualcosa nella dottrina buddhista a cui si possa attingere per provare a spiegare il fenomeno dell’attrazione verso lo stesso sesso? Una popolare, ma alquanto ingenua, risposta a questa domanda vuole che gli omosessuali fossero del sesso opposto nella loro vita precedente e pertanto le inclinazioni del sesso opposto si siano trasmesse nella vita attuale. Questa spiegazione risulta poco convincente se appena consideriamo che molti gay sono contenti di essere maschi, alcuni sono di aspetto, atteggiamento e interessi distintivamente mascolini, e allo stesso modo molte lesbiche sono felicemente femmine e non meno femminee di donne eterosessuali.

Un’altra versione della teoria fondata sulla rinascita vuole che l’omosessualità sia il frutto di qualche azione negativa in una vita precedente, ossia, il risultato di kamma negativo. Il problema di questa teoria è che si fonda su un fraintendimento dell’insegnamento del Buddha sul kamma (cfr. Etica Buddhista, in precedenza). Inoltre assume in modo scorretto che tutti gli omosessuali siano ineluttabilmente infelici e svantaggiati dal fatto di esserlo, il che non era vero già prima delle riforme illuminate degli ultimi decenni né tantomeno ora. Il kamma ha forse cambiato idea sull’omosessualità decidendo prima di “punire” gli omosessuali e ora smettendo?

Ma forse il problema non sta nel rispondere alla domanda su che cosa causi l’omosessualità, ma nella domanda stessa. La problematicità di questa domanda risulta chiara se appena ci chiediamo: “Quali sono le cause dell’eterosessualità?” La maggior parte delle persone risponderebbe che non ha cause al di fuori delle concomitanze naturali che determinano la sessualità dell’individuo, che si tratta di un fenomeno che avviene naturalmente. Forse per l’omosessualità è lo stesso.
(altro…)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: