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Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (XII) – Shravasti Dhammika

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natura ambiente buddhismo primitivo 129. Bellezza naturale

Una delle descrizioni più affascinanti dell’ambiente naturale e dei suoi abitanti nella letteratura indiana si trova nell’ottavo capitolo dello Harṣacarita di Bana [1]. Per quanto fantasiosa e romanticizzata, essa invita il lettore a immaginare gli esseri umani e gli animali che vivono in completa armonia reciproca attraverso la benigna influenza del Dhamma del Buddha. Bāṇa descrive una bellissima scena silvestre seguita dalla vista che poi si dispiega dinanzi al re Harṣha man mano che questi si avvicina all’eremitaggio del monaco Divākaramitra, ritiratosi sulle Colline Vindhyan. Asceti di diverse sette, solitamente così litigiosi, sedevano su rocce, sotto a pergolati con rampicanti in fiore, tra i cespugli e ai piedi di alberi, discutendo quietamente di questioni filosofiche: (altro…)

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Ritiri al tempio di Tokei-in a Shizuoka 1995/1996 – Quarta Lezione (II) – Gudo Nishijima

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D. Sì, nella mia mente devo raffigurarmi il fatto di riportare il Buddhismo nella vita. Il Buddhismo che lei predica sta nell’ambito della realtà, ma al mondo c’è tutto un campo del Buddhismo, migliaia di studiosi e di conferenze, e ciò di cui parlano sta tutto in un altro ambito. Perciò, anche solo perché usa la parola “Buddhismo”, le persone pensano che il suo Buddhismo sia lo stesso di quello degli studiosi, se usiamo la stessa parola.

R. È un aspetto piuttosto difficile. Di solito alle persone piace quel che appare splendido. Una teoria che suona molto monotona non è molto popolare.

D. Durante lo Zazen, dove concentra lo sguardo?

R. Osservo qualcosa nel punto in cui sono concentrati gli occhi. (altro…)

Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (XI) – Shravasti Dhammika

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natura ambiente buddhismo primitivo 118. La natura selvaggia e il Sangha

Le foreste della valle del Gange e dello Yamuna furono l’ambiente di coltura delle numerose sette religiose che stavano proliferando tra il VI e il III sec. a.C. Il Buddha, e non solo lui, credeva che la solitudine e la vita semplice offerte dalla natura selvaggia della foresta fossero essenziali alla meditazione. Incoraggiava a varie riprese i suoi monaci e monache a trascorrere il maggior tempo possibile lontani dagli insediamenti umani, dentro la giungla: “Ecco le radici degli alberi, ecco le case vuote. Meditate, monaci! Non siate pigri per poi compiangervi dopo. Queste sono le mie istruzioni per voi” (A.III,87). Egli menzionò che alcuni dei suoi discepoli passavano tutto l’anno, eccetto i tre mesi dei monsoni, “presso le radici degli alberi, all’aria aperta” (M.II,8). Più spesso essi “andavano verso la degli alloggi nel cuore della foresta e, immersi nella foresta, si univano alla comunità solo ogni due settimane per recitare le regole” (M.II,87). Tuttavia, i monaci e le monache buddhisti non potevano addentrarsi troppo nella foresta. Ad asceti di altre sette era consentito di cogliere frutti selvatici ed estrarre radici commestibili, mentre ai monachi buddhisti questo era vietato dalla loro regola. Di conseguenza, dovevano sempre stare presso dei centri abitati per avere di che nutrirsi. (altro…)

Ritiri al tempio di Tokei-in a Shizuoka 1995/1996 – Quarta Lezione (I) – Gudo Nishijima

ritiro shizuoka 4Una discussione aperta tra Nishijima Roshi e i partecipanti al ritiro, lungo la quale egli risponde a varie domande sul Buddhismo nella vita quotidiana.

D. A me piace praticare sport, e mi chiedo se lei pensi che praticare sport possa aiutarci nella comprensione del Buddhismo?

Nishijima Roshi [1]. Ritengo che anche la pratica sportiva possa fungere da pratica di Zazen. E quindi penso che i suoi allenamenti e partite in passato abbiano contribuito a formare la sua idea filosofica, che è molto simile al Buddhismo. Mi aspetto che gli sport di ogni genere possano fungere da pratica di Zazen e aiutarci a realizzare la filosofia buddhista. Questo è ciò che sento.

D. Penso che perché la filosofia buddhista possa svilupparsi fino a comprendere la filosofia degli sport, e quella di altri tipi, si debba lentamente trasformare. E ho una specie di domanda in mente a questo riguardo: per noi, quanto della tradizione buddhista è importante, e quanto possiamo cambiare naturalmente?

R. È seguendo la tradizione buddhista che possiamo studiare il Buddhismo. Tuttavia, nello studio del Buddhismo il punto più importante è la pratica di Zazen. Naturalmente è buona cosa anche seguire lo stile di vita tradizionale, ma non penso sia fondamentale. Il punto più fondamentale è la pratica di Zazen. A paragone con le pratiche diverse dallo Zazen, penso che lo Zazen sia più facile. Chiunque può praticare Zazen. Ma in cose come il tennis, le persone hanno livelli di abilità diverse e devono allenarsi duramente per vincere. Ma penso che anche negli sport non sia importante se vinciamo o no. È importante praticare lo sport, non vincere o perdere. (altro…)

Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (X) – Shravasti Dhammika

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natura ambiente buddhismo primitivo 107. Esseri umani e animali

Delle varie pratiche di austerità escogitate dalle varie sette ascetiche al tempo del Buddha, alcune consistevano almeno in parte nell’imitazione del comportamento degli animali. Il Buddhacarita riferisce di alcuni asceti che “mangiano briciole come degli uccelli, altri [che] brucano erba come cervi, altri ancora [che] trascorrono il tempo con dei serpenti, e alcuni [che] stanno fermi come formicai spazzati dai venti della foresta […] altri [che] si tuffano in acqua e vivono coi pesci, i loro corpi mordicchiati dalle tartarughe” (Bc.7,15-17). Alcuni asceti camminavano gattoni (cātukuṇḍika), una pratica che il Buddha fece per un po’ prima dell’illuminazione (M.I,79). Alcuni giravano nudi e si comportavano come vacche, mangiando solo quanto veniva gettato loro per terra e arricciandosi al modo dei cani per dormire (M.I,387). La ratio dietro a queste pratiche non è fornita nei testi. Il Buddha aveva una cattiva opinione di tutte le pratiche di austerità, specie quelle che comprendevano l’imitazione di comportamenti animali. Diceva che agire come un animale avrebbe causato la rinascita in un animale (M.I,387-8). Alcuni asceti imitavano gli uccelli mangiando solo semi che prendevano dall’erba selvatica o spigolavano dai campi dopo il raccolto. Il Buddha consentì ai suoi monaci di spigolare (uñcha) i semi, non come forma di austerità ma come modo di assicurarsi il sostentamento qualora il cibo fosse scarso (A.III,66; 104; Thi.329). (altro…)

Pensare a un gelato e al suicidio – Brad Warner

pensare a un gelato e al suicidioDi recente ho ricevuto un’email da un’amica che ha appena ricevuto una grossa delusione. Con la parola “delusione” minimizzo parecchio, ma è il solo modo che mi è venuto in mente di indicarla senza lasciar trapelare dei dettagli che possano permettere di identificarla. Immaginate una delusione così totale che pensereste di reagire col suicidio. Mi ha scritto una lunga email in cui ha descritto come si sentiva.

Comunque questa è la mia risposta, un po’ modificata per questo blog:

Questo è il contenuto dei tuoi pensieri. È una serie di affermazioni tese a stabilire che persona sei in contrapposizione ad altre persone.

Oggettivamente, non c’è nessuna reale differenza tra questa serie di pensieri e una serie di pensieri su quale gusto di gelato preferisci e perché, o il motivo per cui i Three Stooges erano meglio quando Shemp si riunì al gruppo anche se Curly era un genio della comicità. I contenuti sono diversi, ma è tutto qui. Qualunque pensiero non è altro che un pensiero. (altro…)

Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (IX) – Shravasti Dhammika

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natura ambiente buddhismo primitivo 96. Giardini e ricreazione

Piante e animali, per gli antichi indiani, erano una fonte di opportunità ricreative e di intrattenimento. Le più antiche menzioni dell’orticoltura in India si trovano nel Tipiṭaka, sebbene le prove archeologiche, a dirla tutta, scarseggino. Ci sono molti riferimenti a parchi, giardini e aree verdi (ārāma, upavana e uyyāna).

Il Buddha osservò che Rājagaha, la capitale del Magadha, era adorna di molti luoghi del genere, chiamati Jīvakārāma, Latthivana, Paribbājakārāma, Sītavana, Taporāma, Udumbarika Paribbājakārāma e Veḷuvana (D.II,116). Alcuni di questi posti erano forse appezzamenti di foresta selvaggia sopravvissuti al di fuori delle città, altri erano frutteti, e non c’è dubbio che una manciata di essi erano giardini progettati e coltivati con cura. Lo scopo di questi ultimi era quello di regalare il diletto che poteva derivare dalla bellezza naturale; il verde, l’ombra fresca, i colori e le fragranze dei fiori. È forse significativo che il termine di uso comune ārāma significa sia “giardino” che “delizia”. (altro…)

Ritiri al tempio di Tokei-in a Shizuoka 1995/1996 – Terza Lezione (IV) – Gudo Nishijima

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D. A un livello più pratico, lei dice che il Maestro Nagarjuna parla dei semplicissimi fatti che ci stanno di fronte prima che iniziamo a pensare. Ma tutti pensiamo nei termini di ciò che la società ci ha insegnato. Così per esempio, lei dice che il tempo è ora, ma tutti abbiamo un modo di pensare che è diverso dalla realtà.

R. “Diverso dalla realtà” a cosa allude?

D. A un modo di pensare abituale. (altro…)

Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (VIII) – Shravasti Dhammika

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natura ambiente buddhismo primitivo 85. Natura e profumi

Piante e animali giocavano un ruolo importante nella vita culturale dell’India del Buddha. Alcuni erano oggetto di abbastanza ammirazione perché si imponesse il loro nome ai bambini. Così il Tipiṭaka fa menzione di nomi di persona come Leone (Sīha), Banyan (Nigrodha), Lucertola (Godha), Sciacallo (Sigāla) e Color di Giglio d’Acqua Azzurro (Uppalavaṇṇa). D’altra parte era considerato ingiurioso dare del cammello, ariete, bue o somaro (Vin.III,12). La bellezza femminile veniva collegata a oggetti della natura. Una giovane donna poteva essere snella come un cespuglio di kālā (Ja.VI,269), avere mani soffici come cotone (Ja.V,204), avere occhi di cerva (Ja.V,215), denti come perle (Ja.V,203), labbra rosse come frutti di Gac (Ja.V,452) o capezzoli duri e turgidi come datteri maturi (Ja.V,302). In modo meno lusinghiero, poteva avere anche la mente di una scimmia (Ja.V,445). Una nubile poteva essere bella come “un albero di kaṇikāra che fiorisce in una radura riparata” (Ja.VI,269) mentre un giovane piacente poteva essere “giovane, bello e tenero come un germoglio di fagiolo” (Ja.III,394). (altro…)

Ritiri al tempio di Tokei-in a Shizuoka 1995/1996 – Terza Lezione (III) – Gudo Nishijima

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Ora vorrei smettere col mio discorso e passare alle domande. Qualcuno ha una domanda?

D. Nel suo discorso ha parlato della pratica e dell’esperienza come un tutt’uno. Queste parole, “pratica” ed “esperienza”, è difficile afferrare che cosa vogliano dire.

R. La pratica e l’esperienza sono concetti. Di solito li pensiamo come due componenti distinte, ma l’azione è una cosa sola, per quanto nell’area intellettuale ne distinguiamo due, la pratica e l’esperienza.

D. Nella nostra lingua, la parola “esperienza” non è così chiaramente connessa alla pratica.

R. Invece che di esperienza possiamo parlare di illuminazione. Pratica ed illuminazione. (altro…)

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