La forma della sofferenza: Un esame della generazione interdipendente (XVIII, Cap. 3) – Thanissaro Bhikkhu

[Alla parte precedente]

La retta visione matura con la realizzazione che questi sforzi dovrebbero essere indirizzati verso una conoscenza che conduce alla spassionatezza. Tale spassionatezza viene sviluppata vedendo tutti gli eventi nei sei campi dei sensi come separati dal proprio sé — così da poterli osservare chiaramente — e separati l’uno dall’altro, come eventi isolati, così da poter vedere in che modo interagiscono in una catena causale.

§ 58. Un Monaco si recò dal Benedetto e, ivi giunto, dopo averlo salutato con riverenza, si sedette ad un lato. Appena seduto, disse al Benedetto:

“Signore, cosa bisogna abbandonare per sradicare l’ignoranza e far sorgere la chiara conoscenza?

“Sì, monaco, c’è una cosa che bisogna abbandonare per far nascere la chiara conoscenza.”

“E qual è?”

“L’ignoranza, monaco, che abbandonandola fa sorgere la chiara conoscenza.

Ma in che modo un monaco conosce, in che modo un monaco vede, così da abbandonare l’ignoranza e far sorgere la chiara conoscenza?

Quando un monaco ha sentito: ‘Tutti i fenomeni sono indegni d’attaccamento.’ Dopo aver sentito che tutti i fenomeni sono indegni d’attaccamento, direttamente conosce ogni fenomeno. Conoscendo ogni fenomeno, egli comprende ogni fenomeno. Comprendendo ogni fenomeno, vede tutti gli oggetti in un altro modo.

Vede la vista in un altro modo. Vede le forme in un altro modo. Vede la coscienza visiva in un altro modo. Vede il contatto visivo in un altro modo. Qualsiasi cosa sorta tramite il contatto visivo — piacevole, dolorosa o neutra — la vede in un altro modo.

Vede l’udito in un altro modo…

Vede l’olfatto in un altro modo…

Vede il gusto in un altro modo…

Vede il corpo in un altro modo…

Vede la mente in un altro modo. Vede gli oggetti mentali in un altro modo. Vede la coscienza mentale in un altro modo. Vede il contatto mentale in un altro modo. Qualsiasi cosa sorta tramite il contatto mentale — piacevole, dolorosa o neutra — la vede in un altro modo.

Così un monaco conosce, così un monaco vede, così da abbandonare l’ignoranza e far sorgere la chiara conoscenza.” — SN 35:80

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Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (XL, R, L) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

Ci sono occasionali riferimenti ad asceti che indossano floema o fibre di legno (dāru), forse un altro nome per il vakkala (Ud 6), o che indossano phalaka, forse doghe di legno o persino trucioli (Vin I 305). Questi e altri simili indumenti sono descritti come quelli ‘caratteristici degli asceti di altre sette’ e indossarli non era consentito ai monaci buddhisti (Vin I 305). Risulta difficile identificare con quali alberi, cortecce o fibre di cortecce si facessero tessuti. Tuttavia, alcuni asceti hindu moderni indossano stoffe ricevate dalla corteccia della Careya arborea, di alberi e arbusti del genere Hibiscus, specie lo Hibiscus tiliaceus e lo H. collinus, e anche dei banani.

Il Buddha esortava a piantare alberi da frutto lungo le strade perché offrissero ombra e cibo ai viaggiatori (S I 33). Possiamo leggere di un uomo che bussava sui tronchi d’albero con la propria ascia per identifcare quelli cavi e usarli come condutture per l’acqua (A IV 171) e di un altro che faceva lo stesso in cerca di cavità in cui potevano annidarsi le api (Ja III 200). A volte, come atto di merito, la gente riparava le strade riempiendo le buche, togliendo le pietre più grosse e tagliando gli alberi in cui avrebbero potuto incocciare gli assali di cocchi e carri che vi transitassero (Ja I 199). Si coltivavano certi alberi per i frutti, i fiori, il fogliame e il legname. Perché un alberello crescesse con successo bisognava rimuovere le erbacce dalle radici periodicamente, fertilizzarlo con humus (paṃsu) e innaffiarlo con regolarità (S II 89). (altro…)

Buddhismo giapponese e Restaurazione Meiji (I) – Gudo Nishijima

La Restaurazione Meiji

La Restaurazione Meiji che ha avvolto il Giappone nel 1868, sebbene sia stata definita appunto una “restaurazione”, fu in realtà una completa rivoluzione che interessò ogni livello della società. Alcun potenti stati feudali, fra cui Satsuma (oggi la prefettua di Kagoshima), Nagato (oggi la prefettura di Yamaguchi), Tosa (oggi la prefettura di Kochi) e Hizen (oggi la prefettura di Saga) unirono le proprie forze e formarono un esercito da opporre al governo Tokugawa dell’epoca, con l’obiettivo di prendere la capitale Edo (oggi Tokyo). Ne seguì una serie di guerre civili, e durante l’ultimo shogunato dei Tokugawa, Yoshinobu Tokugawa (1838-1913) prese la decisione di restaurare il potere della Casata Imperiale che aveva regnato sul Giappone dalla fondazione dello stato fino al 1192. Il risultato fu una rivoluzione di proporzioni senza precedenti, che ebbe un impatto su ogni aspetto della vita — culturale, economico e politico.

Anche le religioni vennero interessate da questi repentini cambiamenti, e il Buddhismo non fece eccezione. Gli eventi storici che interessarono il Buddhismo in Giappone furono causa di grandi distruzioni e di cambiamenti irreversibili di molti aspetti della religione e delle sue pratiche. In questo articolo, vorrei discutere la natura concreta di alcuni di questi cambiamenti, in modo da collocare il moderno volto del Buddhismo in Giappone nel proprio contesto storico e filosofico. (altro…)

La forma della sofferenza: Un esame della generazione interdipendente (XVII, Cap. 3) – Thanissaro Bhikkhu

[Alla parte precedente]

Capitolo 3

“Tutti i fenomeni sono immeritevoli di attaccamento”

Le principali conseguenze pratiche di quanto discusso finora sono queste:

• La sequenza della generazione interdipendente può venire disfatta solo rimpiazzando l’ignoranza con la conoscenza nei termini delle quattro nobili verità.

• La complessità della sequenza è tale che si può sviluppare una conoscenza efficace in riferimento a uno qualsiasi dei suoi fattori, in ogni punto della sequenza.

• E sebbene l’obiettivo finale della pratica sia quella di andare oltre la causalità, la pratica effettiva consiste nel servirsene, nel convertire i fattori causali della generazione interdipendente a un ruolo nuovo. Invece di usarli come fattori di creazione della sofferenza e dell’insoddisfazione, il meditante apprende a usarli come fattori del sentiero.

Questo capitolo esplora questi principi pratici più in dettaglio. I primi due principi, considerati assieme, costituiscono lo schema del capitolo nel suo complesso. Sotto ciascun fattore causale della generazione interdipendente, iniziando dall’ignoranza, sono elencate delle pratiche mirate a sviluppare una conoscenza chiara attorno a quel fattore — ovvero ad apprendere a vedere il fattore non come parte della propria identità o di una visione del mondo più ampia, ma semplicemente come un’azione o un evento in una sequenza di cause ed effetti. Il terzo principio si chiarirà nel corso dei brani, il che mostra che alcuni dei fattori operano in due ruoli. Nel primo ruolo, si tratta di oggetti di una contemplazione che cerca di sviluppare conoscenza e spassionatezza verso di essi. Nel secondo ruolo, sono strumenti usati per favorire la contemplazione. Un ottimo esempio è la percezione: in quanto uno dei cinque aggregati, la percezione è un oggetto contemplato da un’attenzione appropriata che si sforza di sviluppare spassionatezza per tutti i cinque aggregati; in quanto fabbricazione mentale, la percezione viene usata per sviluppare la concentrazione necessaria a fornire una base alla contemplazione. Quando applicata alla sensualità, sotto il fattore dell’attaccamento, o al fattore del divenire, della nascita, o dell’invecchiamento e morte, la percezione è impiegata in modo da sviluppare spassionatezza verso tali fattori. (altro…)

Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (XXXIX, R) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

R

Rattasālī. V. Nīvāra.

Ravihaṃsa. Un tipo di uccello d’acqua (Ja VI 539). Il nome sta per ‘oca (o anatra) solare’.

Rājahaṃsa. Oca o anatra reale (Ja III 55). Non è chiaro se si tratti di un riferimento a un singolo uccello riconosciuto dagli altri come loro sovrano, o a una specie di uccello. In hindi il corrispondente raj hans viene usato per indicare il fenicottero rosa o maggiore, Phoenicopterus roseus, l’oca selvatica o cenerina e l’oca indiana. Il fenicottero rosso è un uccello dalle lunghe zampe e collo con piumaggio bianco e un grosso becco torto verso il basso. Le zampe, parte delle ali, il becco e l’area nuda attorno agli occhi sono di un color rosa brillante. Il fenicottero viene talvolta avvistato nell’India settentrionale mentre cerca cibo attorno a lagune, saline e foci a estuario. Per gli altri due v. Haṃsa e Kādamba.

natura ambiente buddhismo primitivo 39-1Rājāyatana. Buchanania cochinchinensis (Ja IV 363), a volte anche piyāla. Un albero diritto di media stazza con corteccia ruvida e densi grappoli a piramide di fiori bianchi. Se ne mangiava il frutto, nero, globoso e molto appetibile (Ja V 324), oggi molto usato in pasticceria. Dai semi si estrae un olio giallo chiaro con un dolce aroma simile a quello dell’olio di mandorla. Durante il suo soggiorno a Uruvelā, il Buddha trascorse sette giorni seduto ai piedi di un albero di rājāyatana. Mentre era lì, i mercanti Tapassu e Bhalluka divennero i suoi primi discepoli (Vin I 3). (altro…)

Editoriale di aprile – giugno 2019

Per lo stato dei lavori, è disponibile in pdf l’articolo che abbiamo appena terminato di pubblicare, Religione, filosofia, cultura di Raimon Panikkar.

Per il resto, l’alternanza a tre prosegue e presto vedremo il ritorno di un altro autore ad occupare la nicchia rimasta libera, con un breve saggio che ci accompagnerà fino alla fine di giugno; mentre gli altri due saggi, Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo e La forma della sofferenza, proseguiranno ancora per un po’. Ci aggiorneremo di nuovo a luglio.

Credenze relidicole – Brad Warner

Religulous-200x300Ieri sera ho finalmente visto il film Religulous di Bill Maher. Con solo dieci anni di ritardo! Ma cambia poco, rispetto a quel che ho da dirne.

Bill Maher e altre persone di pensiero affine come Richard Dawkins fanno sempre le stesse critiche alle religioni. Attaccano la cosmogonia religiosa — i miti, la storia della creazione, le idee a proposito di paradisi, inferni, angeli e via così. E osservano che questa roba è ridicola [1]. E pensano così di aver esaurito il discorso.

La maggior parte delle religioni è connessa a delle storie un po’ da fattoni. I mormoni dicono che Dio vive sul pianeta Kolob e ha un sacco di mogli sexy. Gli scientologisti dicono che le nostre anime furono gettate dentro a dei vulcani milioni di anni fa. I creazionisti biblici sostengono che un tempo la gente passava il tempo assieme a dei T-rex vegetariani. Anche le religioni mainstream contengono idee che suonano sciocche a ben guardarle: parti virginali, separazioni di mari, gente ingoiata da balene, resurrezioni e così via. Altrettanto strane alcune idee buddhiste come quelle sul monte Sumeru, la montagna dai cinque picchi in un oceano al centro del mondo. (altro…)

Perché por fine alla sofferenza? – Nyanaponika Thera

Il Buddha dichiara di insegnare il Dharma per il solo scopo di condurre gli esseri alla liberazione dalla sofferenza. Se, mossi da questo insegnamento, siamo risoluti a porre fine alla sofferenza, è di fondamentale importanza che comprendiamo il problema della sofferenza chiaramente, nella sua vastità e prodondità autentiche. Se è troppo lampante che la nostra presa sul problema sia incompleta, anche i nostri sforzi di eliminarlo saranno incompleti, incapaci di acquisire la forza necessaria per produrre dei risultati pienamente soddisfacenti.

Quando ci viene chiesto “Perché por fine alla sofferenza?”, la risposta ovvia è che si desidera porre fine alla sofferenza perché quello di essere liberi dalle afflizioni è il naturale impulso interiore del proprio essere. Tuttavia, quando aspiriamo all’estinzione della sofferenza, non dovremmo pensare solo alle nostre afflizioni, ma anche al dolore e alla sofferenza che infliggiamo agli altri, fintanto che non abbiamo conseguito la perfetta innocuità propria di un cuore libero da passioni e la chiara visione propria di una mente liberata. Se teniamo regolarmente a mente il fatto che, nel nostro percorso attraverso l’esistenza samsarica, inevitabilmente aggiungiamo anche alla sofferenza degli altri, nutriremo una crescente impellenza di risolverci a imboccare sinceramente il sentiero che conduce alla nostra liberazione. (altro…)

La forma della sofferenza: Un esame della generazione interdipendente (XVI, Cap. 2) – Thanissaro Bhikkhu

[Alla parte precedente]

Perciò si deve consumare cibo in moderazione per dare a corpo e mente la forza necessaria a sviluppare il fattore del sentiero della retta concentrazione. I monaci e le monache sono incoraggiati a contemplare e controllare il loro consumo di cibo per evitare l’avidità che proviene dall’abuso di questo fatto per i propri fini.

§ 44. Ven. Ānanda: “Questo corpo, sorella, viene ad essere mediante il nutrimento. E dipende dal nutrimento. Per questo motivo, il nutrimento deve essere abbandonato.” Così è stato detto. In riferimento a cosa è stato detto? È il caso, sorella, del monaco che, quando prende del cibo, lo fa considerandolo attentamente — non lo fa per gioco, né per intossicarsi, né per riempire la pancia, né per abbellirsi — bensì semplicemente per sopravvivere e dare continuità a questo corpo, per mettere fine alle afflizioni e dare sostentamento alla vita santa, [pensando:] “In questo modo, distruggo le passate sensazioni [della fame] e non ne creo delle nuove. Vado a mantenere me stesso irreprensibile e vivrò bene ed in pace.”

Quindi, a tempo debito, abbandona il cibo, perché non dipendente più dal cibo. ‘Questo corpo, sorella, viene ad essere mediante il nutrimento e persiste, dipendendo dal nutrimento. Per questo motivo, il nutrimento deve essere abbandonato.’ Così è stato detto, e in riferimento a questo è stato detto.” — AN 4:159

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Natura e ambiente nel Buddhismo primitivo (XXXVIII, M, Y) – Shravasti Dhammika

[Alla parte precedente]

Mīḷhakā. A volte anche miḷhakā o piḷhakā. Una creatura che si nutre di feci, probabilmente un insetto. Il Buddha ha descritto questa creatura come ‘un mangiatore di sterco, che si ingozz[a] con lo sterco, con una enorme quantità di sterco’ (S.II,228).

natura ambiente buddhismo primitivo 38-1Mugga. Fagiolo indiano verde o fagiolo mungo verde, mung in hindi, Vigna radiate (D.II,293; Ja.I,429; M.I,57; S.I,150; II,139). Una pianta comunemente coltivata che produce piccoli fagioli commestibili. Prima della sua illuminazione, quando praticava le austerità, il Buddha mangiava una zuppa di fagioli munghi verdi (M.I,245). Di una persona di poco discernimento si diceva che ‘non distingueva mugga da māsa’ (Ja.VI,355). Si somministrava come medicina di sesamo, riso e fagioli munghi (Vin.I,201). (altro…)

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